Rispondere all’accelerazione dei prezzi, o anche dare indizi su una futura exit strategy, potrebbe danneggiare la ripresa

Non cambierà niente, e cambierà tutto. La riunione di giugno del consiglio direttivo della Bce, insieme probabilmente a quella di settembre, potrebbe davvero segnare l’inizio di una nuova fase, non facile, nella politica monetaria.

Manovra monetaria confermata

Non sono attese in realtà novità a breve: l’orientamento della banca centrale e le sue misure monetarie sono destinati ad accompagnare ancora la ripresa che ormai si intravvede robusta, tra la fine dei confinamenti e l’inizio degli effetti dei vaccini. Le nuove previsioni macroeconomiche e quanto emergerà dal dibattito interno potranno però far comparire all’orizzonte la fine del programma pandemico per ora previsto, del resto, a marzo 2022.

Inflazione o prezzi relativi?

L’INFLAZIONE IN EUROLANDIA

Il punto di svolta sono stati i dati sull’inflazione. Prevedibili e previsti, dalla stessa Bce: il balzo della crescita dell’indice fino al 2% accompagnerà Eurolandia almeno fino alla fine dell’anno, ma non si potrà dire che Eurolandia abbia raggiunto l’obiettivo. Non solo e non tanto perché l’inflazione è prevista in calo i prossimi anni, ma soprattutto perché non si tratta di un aumento generalizzato dei prezzi: solo alcuni – molto importanti, o molto volatili, o entrambi – sollevano verso l’alto l’indice. Si tratta di una classica variazione dei prezzi relativi: intervenire con la politica monetaria sarebbe un errore, grave.

Il nodo delle aspettative

La Bce dovrà piuttosto evitare due cose: che l’aumento di alcuni prezzi – quelli dell’energia per esempio che pure partono da livelli bassi – possa frenare la ripresa (e in questo caso, in modo forse controintuitivo, dovrebbe mantenere la politica monetaria espansiva) e, soprattutto, dovrà evitare che rialzi così importanti possano modificare le aspettative. Il rischio c’è. Quando a settembre 2018 l’allora presidente Mario Draghi introdusse il secondo piano di acquisti di titoli (quantitative easing, o qe), le aspettative – misurate dagli inflation rate swaps 5y5y – oscillavano pericolosamente intorno all’1,1% e c’era il rischio che si ancorassero tra l’1 e l’1,5% troppo in basso per garantire all’economia di Eurolandia un percorso stabile e non accidentato. Oggi quelle stesse aspettative sono tornate, grazie all’evoluzione postpandemica di attività e prezzi, all’1,7%. In circostanze diverse, quel secondo qe non avrebbe avuto più senso.

Tensioni tra falchi e colombe

Il rialzo delle aspettative non solo non è preoccupante ma, all’1,7%, è addirittura insufficiente. Non è un segreto però che, nella Bce, ci siano sensibilità diverse a proposito dell’andamento dell’inflazione e, ancora di più, delle aspettative. Non è neanche un segreto che l’attuale presidente Christine Lagarde, di estrazione politica, abbia costruito il proprio mandato prendendo le distanze dall’era Draghi e dando ai “falchi” – indipendentemente dalle concrete condizioni dell’economia – la garanzia che il loro punto di vista sarà preso in considerazione. Ogni possibile segnale di tensione interna, e ogni accenno a una possibile riduzione degli acquisti, nella riunione di giugno sarà quindi interpretato in base a questo contesto.

Rendimenti a livelli prepandemici

Sarà dunque interessante capire che interpretazione dà, il consiglio direttivo, del recente rialzo dei rendimenti a medio lungo periodo: ormai sono piuttosto lontani dai minimi raggiunti a dicembre e si stanno riavvicinando ai livelli “normali” prevalenti a gennaio del 2020. È chiaro che l’avvicinarsi della ripresa rende questo rialzo prevedibile e scontato, ma è altrettanto chiaro che corrisponde a un irrigidimento delle condizioni finanziarie.

Le condizioni di finanziamento

Christine Lagarde ha dato interpretazioni non univoche del significato dei rendimenti per la “funzione di risposta” della Bce, che si basa tutta, in questa fase sulle “condizioni di finanziamento”, interpretate in senso più ampio e organico (anzi «olistico») delle classiche “condizioni finanziarie”. I rendimenti sono importanti perché sono la base su cui le banche fissano i tassi sui prestiti, ma – allo stesso tempo – sarebbe sbagliato, ha detto, dar loro troppa enfasi.

fonte: ilsole24ore

Lascia un commento