Tumore del polmone, un anticorpo monoclonale può allungare la sopravvivenza

Lo hanno confermato i dati dello studio Pacific di fase 3, presentato in questi giorni nel corso del congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco). Secondo gli esperti, l’anticorpo monoclonale durvalumab produce un beneficio definito “clinicamente significativo”, che si manifesta sia in termini di sopravvivenza globale sia in quelli di sopravvivenza libera dalla progressione, almeno per quei pazienti che si trovano al terzo stadio della malattia e nei quali non è possibile l’intervento chirurgico

Nell’ambito delle cure per il tumore al polmone, almeno per quei pazienti che si trovano al terzo stadio e nei quali non è possibile l’intervento chirurgico, è stato confermato l’effetto dell’anticorpo monoclonale durvalumab. A ribadirlo, i dati emersi dallo studio Pacific di fase 3, presentato in questi giorni nel corso del Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco). Secondo gli esperti, l’anticorpo monoclonale produce un beneficio definito “clinicamente significativo”, che si manifesta sia in termini di sopravvivenza globale sia in quelli di sopravvivenza libera dalla progressione, in tutti i malati che riscontrato buoni risultati dopo il trattamento chemio-radioterapico.

I dati emersi dalla sperimentazione

Come riferito dagli oncologi e dopo gli esiti dello studio, la sopravvivenza globale a cinque anni, per i pazienti trattati con durvalumab, è pari al 42,9% rispetto al 33,4% per i pazienti trattati con placebo dopo chemio-radioterapia. La sopravvivenza globale mediana, invece, è stata di 47,5 mesi per chi ha avuto il durvalumab rispetto ai 29,1 mesi di chi ha avuto il placebo. Dopo il trattamento per un massimo di un anno, il 33,1% dei pazienti trattati con durvalumab non è andato incontro a nessuna progressione della malattia cinque anni dopo la cura, rispetto al 19% del gruppo trattato con il placebo.

L’impossibilità dell’asporto della massa tumorale

Il tumore del polmone, hanno sottolineato ancora gli esperti, rappresenta una delle principali cause di morte in Italia. Degli oltre 40.000 nuovi casi di carcinoma polmonare diagnosticati lo scorso anno, circa l’80-85% sono stati classificati come “non a piccole cellule”. In base ai dati più recenti, un paziente su tre con questa patologia presenta alla diagnosi una malattia in terzo stadio, condizione che nella maggior parte delle volte, prevede l’impossibilità dell’asporto della massa tumorale. Prima dell’approvazione di durvalumab, per molti anni la chemio-radioterapia è stata l’unica opzione di trattamento disponibile, anche per questi pazienti. “I dati presentati confermano, anche dopo un follow-up a 5 anni, il potenziale dell’immunoterapia come approccio terapeutico nel trattamento del tumore del polmone in stadio 3 non resecabile”, ha commentato Giorgio Scagliotti, direttore del dipartimento di oncologia medica dell’Università di Torino. “Lo stadio localmente avanzato del carcinoma polmonare ‘non a piccole cellule’ è un setting complesso e clinicamente eterogeno, dove comunque in passato solo il 15-25% dei pazienti sopravviveva a cinque anni dopo chemio-radioterapia”, ha invece osservato Umberto Ricardi, direttore del dipartimento di oncologia e della struttura universitaria di radioterapia della Città della Salute e della Scienza, sempre di Torino.

fonte: skytg24

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